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11月20日 La lettera perduta
Non c’è che uno sguardo in questa lettera, una di quelle lettere che mai arriveranno lontano dalle mani che stanno sillabando gocce di parole. Ora so che mai lo stesso lampo di cielo ci vedrà ombre fuggenti su mari d’erba, come nuvole divise ci allontaneremo verso opposti angoli di vento, ognuno col suo orlo sfumato di grigio e d’oro. Ora comprendo che non ci sono sogni da chiedere a quel soldino gettato nel pozzo, né cieli da respirare nella sera di foglie e bacche rosse. Come un fiore mi scivola sulle labbra un canto per te che mai ho incontrato e mai troverò ad attendermi lungo la strada… -Che cazzo sto scrivendo- grida Francesca -per chi sono queste lacrime, queste insulse parole, eppure lo so bene che quel volto, quelle frasi sussurrate nel buio erano solo illusioni, i voli della mia mente che rifiuta di arrendersi alla realtà. Si alza di scatto dal letto e come in preda ad un impulso incontrollabile comincia a vestirsi, la sua biancheria più bella, la sua gonna più corta, il trucco più pesante e gli stivali, quei lunghi stivali neri con il tacco a spillo, una piccola giacca rossa e un foulard colorato stretto al collo. Ora è fuori, fuori nella notte silenziosa e i suoi passi risuonano sui ciottoli sconnessi delle vie deserte del centro. Il porticato del teatro è affollato, si appoggia al muro e si guarda intorno furtivamente cercando uno sguardo che segua i suoi movimenti, lo trova quasi subito, due occhi chiari la scrutano, grandi e sfacciati in un viso delicato e pallido. Un signore alto e magro, completo scuro, capelli leggermente lunghi e brizzolati, mani forti e sottili, un mezzo sorriso tra l’ironico e il compiaciuto. Si avvicina lentamente, sornione come un gatto – va a vedere la commedia?- chiede con voce leggermente roca –no, avevo solo voglia di fare due passi e di vedere gente- risponde Francesca. –Allora facciamo una passeggiata in questa sera di un novembre così mite, io mi chiamo Giorgio e sono in questa città per pochi giorni, sa il lavoro. –Ok Giorgio, io sono Francesca e qui ci vivo da molti anni, ti porto a spasso per le mie strade silenziose, tra ricordi e sogni, tra storia e presente, tra vite che scorrono nel respiro del tempo e vite che ormai fuori del tempo, lasciano scivolare su queste pietre le loro ombre silenziose. Francesca parla con la sua voce più misteriosa e calda e intanto sorride dentro di sé per quei limpidi occhi già incuriositi ed attenti alle sue parole. Si avviano lentamente raccontandosi un po’ la vita, già nel camminare i corpi si sfiorano e già si respira il lieve profumo della seduzione e già c’è tensione e calore dietro le frasi di una conversazione tranquilla e rilassata. La mano di Giorgio, quasi in modo casuale, le accarezza una spalla, scende lungo il braccio soffermandosi solo un attimo sul seno, lei lascia fare avvicinandosi e socchiudendo appena le labbra in un sorriso invitante e malizioso. Ora sono fermi uno di fronte all’altro, il respiro un po’ ansimante e il cuore che batte accelerato e sembra pulsare in ogni fibra, si abbracciano febbrili, le bocche si uniscono e si esplorano fameliche, le lingue si intrecciano. Un desiderio incontrollabile li spinge, quasi inconsapevoli, nell’andito buio di un vecchio cortile, le mani impazzite frugano, quasi strappando gli abiti, Francesca, le gambe strette alla vita di Giorgio, sussurra parole senza senso mentre la passione li travolge e li trasporta fuori da tutto. Un grido, un nome risuonano all’improvviso: -Giovannaaaaaaaaaaaaa- Francesca si immobilizza, fa scivolare il foulard dal suo collo intorno alla gola di Giorgio e… stringe, stringe, stringe mentre il suo compagno nel culmine della passione rantola, gli estremi spasmi dell’amore lo squassano, scivola a terra, il viso paonazzo, gli occhi sbarrati, la bocca aperta in quell’ultimo grido. Francesca si sfila lentamente uno stivale, il tacco sottile e affilato come un piccolo stilo si accanisce sugli occhi, sul viso dell’uomo abbandonato a terra, lei urla, urla il suo dolore, la sua rabbia, la sua follia, nemmeno Giorgio, lo sconosciuto incontrato una notte di novembre, ha saputo amarla fino alla fine, nemmeno lui e nemmeno per il breve spazio di un attimo. Piccole impronte insanguinate macchiano il selciato e svaniscono nel buio, nel silenzio, nel nulla. Amore mio, non c’è che uno sguardo in questa lettera, lo sguardo che ti ha cercato stanotte e quel canto che ho intonato per te, l’ultimo, folle canto che svanisce laggiù verso il mare…
daniela 11月17日 Vorrei...Vorrei strapparti il cuore, strapparlo con le dita in pezzi accesi
per ricomporlo piano in un puzzle leggibile e preciso e farne un fiore vivo da tenere nella terra dorata al davanzale, vorrei scavare piano con le unghie nelle vene pulsanti del tuo sangue per trovare la nascosta sorgente, i perduti relitti del tuo tempo che cantano nascosti nel profondo, vorrei cercarti dentro gli occhi chiusi le immagini che accendono il sorriso rubarle come strega scalza e folle temprate in balenanti lampi azzurri per misterioso, nero sortilegio, marchio rovente sopra i tuoi pensieri per ritrovarli mentre vanno via in lenta carovana di parole, stringere il tuo respiro tra le mani e chiuderlo in un vaso blu cobalto perché suoni la sua acqua leggera del canto del tuo mare che non odo. daniela 11月8日 DoveDove ti ho perso e quando
sapore luminoso di arance rosse al sole di aspro melograno che cola sulle labbra, eppure io ti ho amato nei rossi e negli azzurri, eppure ti ho cercato nel vento e nelle mani, in lande desolate nel passo della folla, mi son fermata e ho corso giocando sulle orme della tua nevicata di foglie d’oro calde nel soffio di novembre. Tu ti nascondi e chiudi ogni cielo, ogni varco nel bianco sangue stanco di parole consunte, nel mio vagare vuoto ad inseguirti ancora profumo spesso e denso di albe appena nate che mi muoiono dentro. daniela |
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